C’era una
volta, in un tempo remoto, una valle radiosa di luce splendente,
con prati fioriti e un
diadema di monti che l’abbracciavano all’intorno,
per chiudervi dentro un
piccolissimo mondo.
C’era
una volta, in fondo alla valle, un fiume serpente.
Dormiva tranquillo in
anse d’argento.
Nei pressi del fiume, un
lieto ruscello scorreva fra i massi,
con piccoli pesci,
idrometre e girini.
Tagliava un sentiero con
passi sui sassi.
Saltavano i bimbi sopra
quei sassi con balzi precisi e ben calcolati.
Chi si bagnava,
ricominciava.
Scorreva l’acqua sotto le
fronde e riposava in piccoli laghi
dove pescavano quegli
allegri bambini con fazzoletti come retini.
Esploravano il rivo,
lungo il percorso, fino al monte colla cascata,
in piccole squadre
d’esploratori alla ricerca di misteriosi tesori.
C’era una volta,
oltre il ruscello, un riparo fra il muro e la siepe di rovi,
dov’occultare le scarpe
infangate e poi cambiarle con quelle pulite,
per andare giù nella valle
radiosa fino alla scuola del vecchio paese.
C’era la scuola davanti
alla piazza e c’era l’asilo vicino al giardino.
Di fronte al portone, un
vecchio bidello, chiamava i bambini
col campanaccio di lucido
ottone.
Insieme, di corsa,
entravano i bimbi;
con la cartella di
cartone,
un grande fiocco sul
colletto,
un pezzo di legno sotto il
braccio
per la grande stufa della
gelida classe.
Sedevano i bimbi su
altissimi banchi, le mani composte dietro la schiena,
i geloni ai piedini dentro
gli zoccoli, le croste di ferite sui ginocchi,
e i moccoli densi sotto
ai nasini.
Calamai di vetro, macchie
d’inchiostro e abeti di pizzo come pennini.
E le maestre con la
bacchetta per colpir le mani dei mancini.
All’uscita, nel cortile
di sterrato, correvano i bimbi
per giocare “ a buca” con
le biglie di vetro colorato.
Poi si tuffavano, uno
sull’altro, in vacillanti pile
appoggiate al vecchio muro
dell’asilo. Quella più alta vinceva,
se non cadeva.
C’era una
volta, proprio sopra al paese, un diroccato vecchio castello,
umiliato dal tempo e
sbriciolato dal gelo, guardava dall’alto i tetti di cotto.
Con gran tenacia ancora
viveva, per amore del borgo che stava lì sotto.
Giocavano i bimbi nel
vecchio castello;
facevan battaglie con le
spade di legno,
facevan bandiere con i
ramoscelli.
C’era una
volta, in mezzo a quel borgo, un campanile svettante e sicuro,
proteggeva il suo bianco
gregge di case, come un pastore attento e guardingo.
Suonava l’ora per ogni
lavoro; suonava l’ora per andare alla scuola e suonava l’ora della merenda.
Spandeva suoni di calme
campane, inondando di echi i monti lontani.
Sotto a quei monti, nei
pezzi di prato, pascolavano i bimbi le mucche e le capre;
e le guidavano con
ramoscelli per portarle insieme nelle stalle.
A cavalcioni su quei
bastoni, cavalcavano a trotto, correndo nei prati.
Eran destrieri quei pezzi
di legno e paladini quegli allegri bambini.
C’era una volta,
quand’era Natale,
un presepe piccino nel
vano profondo d’una fredda finestra.
Guardava l’inverno e la
tormenta, sibilava di spifferi e di correnti.
Aveva, per sfondo, un
vetro incrinato con rami di gelo e felci di brina.
Aveva, per neve, un po’
di farina.
Eran fatti di muschio il
prato e la siepe, di carta da zucchero la volta del cielo,
di carta da pane era il
terreno, d’un coccio di specchio il laghetto con l’oca.
Era fatta di paglia la
piccola stalla
e la strada sinuosa di
polenta gialla.
Poche statuine scolorite
dal tempo e una cometa di carta d’argento,
le braccia al cielo del
biondo Bambino
e il fragrante profumo di
un mandarino.
C’era una
volta, oltre quella finestra,
un grande prato vicino ad
un bosco.
Vi pascolava, fino alla
sera, una mucca bianca chiamata Bergera.
Era paziente e dava un
buon latte profumato di erbe e di aromi di fiori.
Facevano i bimbi vestiti
di foglie e li cucivano con aghi di pino.
Facevan corone per le
regine, facevano scudi per i guerrieri,
facevan collari per la
Bergera.
Intorno a quel prato, c’eran
dodici alberi, divenuti tappe d’una Via Crucis,
dove ogni giorno la povera
Nina diceva il rosario
per quel suo figlio
sventurato, che le era stato deportato.
Mentre brucava, anche
Bergera pregava per quel povero soldato,
forse è per questo che è
tornato.
C’era una
volta, nell’umida stalla, la mucca Bergera che muggiva di pianto.
Le avevano tolto il suo
bianco vitello
e tutta la valle sentiva
quel pianto
fino alla strada che
portava al macello.
Consolavano i bimbi quel
suo grande dolore con tante carezze
e con erbe fresche
raccolte nel prato.
C’era una volta,
vicino alla stalla, il bianco casotto del vecchio pozzo.
Rustiche rose fra i coppi
del tetto.
Da una bocca oscura, un
lungo tubo di pietre e mattoni trasudava d’acqua e di piccoli suoni.
Si sporgevano i bimbi
oltre l’umido muro, coi piccoli piedi sollevati da terra,
per guardarsi laggiù,
nello specchio nero, colla paura che afferrava la gola.
Con striduli gridi dei
ferri del mozzo, gocciolando, oscillando,
il secchio zincato saliva
alla luce.
Un mestolo d’acqua che
sapeva di metallo rinfrescava quei bimbi assetati dal gioco.
Vicino al pozzo, alla
catena di ferro, il cane Bigìt era legato.
Aveva il pelo del colore
del pane,
viveva d’amore e di pochi
bocconi
che coglieva al volo con
schiocchi di fame.
Giocava coi bimbi a
riportar bastoni
e, con gran schiamazzo,
rincorreva nel prato
oche, galline, galli e
tacchini.
C’era una
volta, nell’azzurro del cielo, una straordinaria televisione.
Nei pomeriggi della calda
estate, si sedevano i bimbi insieme nei prati,
per guardare lassù, nello
schermo del cielo,
tanti fantastici films
d’avventura:
affusolati castelli
mutanti in destrieri,
pecorelle di panna di
ritorno all’ovile,
paffuti conigli viranti
in velieri,
incerte battaglie di
bianchi, ed effimeri, guerrieri.
Mozzafiato era il
programma della notte:
milioni di luci tremanti,
e un viso tondo,
argentato, giocondo che
parlava, da lontano, a quei piccoli bambini.
Nella volta nera,
puntuali, ogni sera,
nel lentissimo giro che
segnava il tempo della notte,
sorgevano le figure
leggendarie per raccontare antiche storie.
E allora i bambini
cercavano il Carro,
quello grande e quello
piccolo,
e la Stella polare e
Marte rosso e Venere lucente.
E vedevano Orione andare
a caccia con i cani,
o il grande Cigno aprire
le sue ali silenziose.
A bocca aperta,
guardavano i bimbi quei films di fiabe
che milioni di stelle
disegnavano per loro, lassù, nello schermo nero.
C’era una volta, in quelle
notti, quando il granturco era raccolto,
l’uso di andar nelle
grandi aie
a spogliar le pannocchie
dal fogliame.
Nella luce fioca d’un
lume a petrolio, stonati canti di montagna,
fugaci avances dei
giovanotti e paurose fiabe per i più piccini.
Poi al buio, lungo
sentieri tortuosi e stretti,
si tornava a casa, alla
luce di lumini, come pastori d’un piccolo presepe.
C’era una
volta, sulla strada di ghiaia,
il bue Tognin, aggiogato
e schiavo.
Senza bisogno di frusta,
di comandi, di urla o di bestemmie,
riportava sul carro, dopo
la Fiera, il padrone ubriaco e addormentato,
lassù, fino alla
cascina che stava in cima alla collina.
Una volta
però, in quella radiosa valle,
arrivò, improvvisa, una
tremenda guerra.
Bombe, spari, allarmi,
armi e divise.
Uniformi ordinate, lucidi
stivali e mostrine colorate nel paese.
Fustagno, baschi, fucili e
pesanti cartucciere nei fitti boschi di montagna.
E gli uni e gli altri
facevano giocare quei bimbetti
con le armi, con le
cartucce e con gli elmetti.
Favole raccontate da
soldati; in lingue strane, o in dialetto, o in italiano.
Pensando ad altri bimbi
lasciati assai lontano.
E qualche carezza, forse
prima di morire.
C’era una
volta, lugubre, una sirena sibilante
che dava l’allarme a quel
piccolo paese.
Tutti di corsa verso il
rifugio sotto al monte del castello.
Chi arrivava colla borsa
dei gioielli, chi col bimbo fra le braccia,
chi col badile sulla testa
come elmetto di fortuna.
Ma quando i caccia
scendevano in picchiata sul vecchio ponte della ferrovia
e non c’era il tempo di
arrivare, allora giù, per terra,
nella trincea scavata dal
reduce della guerra del diciotto
o nel profondo fosso ai
lati della via,
non importa se spinoso,
non importa se fangoso.
C’era una
volta, in quelle notti oscure, un bombardiere che passava lentamente.
Era pesante di bombe e di
morti prossime venture.
“E’ Pipetto” si diceva. E
ognuno pensava ad un parente migrato nelle Americhe lontane.
Eh no ! …Sul suo paese,
Pipetto, non poteva certo bombardare!...
E, infatti, proseguiva. E
la notte si riempiva di bagliori.
“Bombarda su Milano” si
diceva. “No, no, su Torino o più lontano…”
Poi, quell’aereo familiare
più leggero ripassava e ognuno ringraziava.
E finalmente gli alleati.
Altre lingue, altri soldati.
Quelli neri, che facevano
paura, così diversi, così strani,
ma che portavano i
biscotti, le scatolette e il cioccolato.
E che facevano salire i
bimbi sul grande carro armato.
E dappertutto, si cantava
e si ballava al ritmo di un ballo sincopato.
C’era una
volta, dopo la guerra, il vecchio mezzadro magro e ricurvo
cogli occhi bagnati da un
velo di pena.
Camminava accanto alla
vecchia Bergera.
Le aveva dato il fieno più
fresco, le aveva dato la zuppa di rape.
Lei lo seguiva colla testa
abbassata; l’aveva capito, andava al mercato.
L’aveva capito, non
sarebbe tornata…
C’era una volta…………
C’era una volta………