racconto premiato

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Nel 2006 ho vinto il II° Premio (1000 € ) per un racconto da dedicare ad un nipotino in occasione del Concorso della Festa dei Nonni presso  il Comune di Noceto (Parma)

Ecco il racconto:

 

Premessa:

Il titolo “C’era una volta”:  

                                    perché le cose raccontate appartengono ad un tempo lontano (circa 60 anni fa’)  e perché questa distanza temporale risulta enormemente aumentata dal divario di stili di vita che si è prodotto a causa dello straordinario progresso tecnologico ed economico di questi ultimi decenni e dal fatto che, durante l’ultima guerra, a causa dell’impoverimento generale, si ritornò a livelli di sopravvivenza tipici dell’inizio del secolo scorso.

Il racconto “ritmato”

                                    perché, quando si racconta una favola, lo si fa con un ritmo e con una serie di pause, ed eventualmente di rime, che non appartengono alla metrica classica della poesia, ma che hanno la funzione di permettere al bambino di memorizzare il racconto, di “vedere” le immagini evocate e di liberare le emozioni che via via il racconto suscita.

 

C’era una volta

 

Racconto–ritmato per un nipotino: un rosario di ricordi di un mondo diverso e remoto.

Lo passo nella sua piccola mano perché non vada perduto.

Gli sembrerà strano, ma tutto questo dalla sua nonna è stato proprio vissuto.

                C’era una volta, in un tempo remoto, una valle radiosa di luce splendente,

 con  prati fioriti e un diadema di monti che l’abbracciavano all’intorno, 

per  chiudervi dentro un piccolissimo mondo.

 

                  C’era una volta,  in fondo alla valle, un fiume serpente.

 Dormiva tranquillo in anse d’argento.

Nei pressi del fiume, un lieto ruscello scorreva fra i massi,

con piccoli pesci, idrometre e girini.

Tagliava un sentiero con passi sui sassi.

Saltavano i bimbi sopra quei sassi con balzi precisi e ben calcolati.

Chi si bagnava, ricominciava.

Scorreva l’acqua sotto le fronde e  riposava in piccoli laghi

dove pescavano quegli allegri bambini con fazzoletti  come retini.

Esploravano il  rivo, lungo il percorso, fino al monte colla cascata,

in piccole squadre d’esploratori alla ricerca di misteriosi tesori.

 

         C’era una volta, oltre il ruscello, un riparo fra il muro e la siepe di rovi,

dov’occultare le  scarpe infangate e poi  cambiarle con quelle pulite, 

per andare giù nella valle radiosa fino alla scuola del vecchio paese. 

C’era  la scuola davanti alla piazza e c’era l’asilo vicino al giardino.

Di fronte al portone, un vecchio bidello, chiamava i bambini

col  campanaccio di lucido ottone.

Insieme, di corsa, entravano i bimbi;

con la cartella di cartone,

un grande fiocco sul colletto, 

un pezzo di legno sotto il braccio

per la grande stufa della gelida classe.

Sedevano i bimbi su altissimi banchi, le mani composte dietro la schiena,

i geloni ai piedini dentro gli zoccoli, le croste di ferite sui ginocchi,

e i moccoli densi sotto ai  nasini.

Calamai di vetro, macchie d’inchiostro e abeti di pizzo come pennini.

E le maestre con la bacchetta per colpir le mani dei mancini.

 

All’uscita, nel  cortile di sterrato, correvano i bimbi

per giocare “ a buca” con le biglie  di vetro colorato. 

Poi si tuffavano,  uno sull’altro, in vacillanti pile

appoggiate al vecchio muro dell’asilo. Quella  più alta vinceva,  

se non cadeva.

 

               C’era una volta, proprio sopra al paese,  un diroccato vecchio castello,

umiliato dal tempo e sbriciolato dal gelo, guardava dall’alto i tetti di cotto.

Con gran tenacia ancora viveva, per amore del borgo che stava lì sotto.

Giocavano i bimbi nel vecchio castello;

facevan battaglie con le spade di legno,

facevan bandiere con i ramoscelli.

           

               C’era una volta, in mezzo a quel borgo, un campanile  svettante e sicuro,

proteggeva il suo bianco gregge di case, come un pastore  attento e guardingo.

Suonava l’ora per ogni lavoro; suonava l’ora per andare alla  scuola e suonava l’ora della merenda.

Spandeva suoni  di calme campane, inondando di echi i monti lontani.

Sotto a quei monti, nei pezzi di prato,  pascolavano  i bimbi  le mucche e le capre;

e le  guidavano con ramoscelli per portarle insieme nelle stalle.

A cavalcioni su quei bastoni,  cavalcavano a trotto, correndo nei prati.

Eran destrieri quei pezzi di legno e paladini  quegli allegri bambini.

 

         C’era una volta, quand’era  Natale, 

un presepe piccino  nel vano profondo d’una  fredda finestra.

Guardava l’inverno e la tormenta,  sibilava di spifferi e di correnti.

Aveva, per sfondo, un vetro incrinato  con rami di gelo e felci di brina.

Aveva, per neve, un po’  di farina.

Eran fatti di muschio il prato e la siepe, di carta da zucchero la volta del cielo,

di carta da pane era il terreno, d’un coccio di specchio  il laghetto con l’oca.

Era fatta di paglia la piccola stalla

e la strada sinuosa di polenta gialla.

Poche statuine  scolorite dal tempo e una cometa di carta d’argento,

le braccia al cielo del biondo Bambino

e il fragrante profumo di un mandarino.

 

           C’era una volta, oltre quella finestra,

 un grande prato vicino ad un bosco.

Vi pascolava, fino alla sera, una mucca bianca  chiamata Bergera. 

Era paziente  e dava un buon  latte  profumato di erbe e di aromi di fiori.

Facevano i bimbi vestiti  di foglie e li cucivano con aghi di pino.

Facevan corone per le regine, facevano scudi per i guerrieri,

facevan collari per la Bergera.

Intorno a quel prato, c’eran dodici alberi, divenuti tappe d’una Via Crucis, 

dove ogni giorno la povera Nina  diceva il rosario

per quel  suo figlio sventurato,  che le era stato   deportato.

Mentre brucava, anche Bergera pregava   per quel povero soldato,

forse è per questo che è tornato.

 

           C’era una volta, nell’umida stalla,  la mucca Bergera che muggiva di pianto.

Le avevano tolto il suo bianco vitello

e tutta la valle sentiva quel pianto

fino alla strada che portava al macello.

Consolavano i bimbi quel suo grande dolore con tante carezze 

e con erbe fresche raccolte nel prato.

 

          C’era una volta, vicino alla stalla, il bianco casotto del vecchio pozzo.

Rustiche rose fra i coppi del tetto.

Da una bocca oscura,  un lungo tubo di pietre e mattoni  trasudava d’acqua e di piccoli suoni.

Si sporgevano i bimbi oltre l’umido muro, coi piccoli piedi sollevati da terra,

per  guardarsi laggiù, nello specchio nero, colla paura che afferrava la gola.

Con striduli gridi dei  ferri del mozzo, gocciolando, oscillando,

il secchio zincato saliva alla luce.

Un mestolo d’acqua che sapeva di metallo rinfrescava quei  bimbi assetati  dal gioco.

Vicino al pozzo, alla catena di ferro, il cane Bigìt era legato.

Aveva il pelo del colore del  pane,

viveva d’amore  e di pochi bocconi

che coglieva al volo con schiocchi di fame. 

Giocava coi bimbi a  riportar bastoni

e, con gran schiamazzo, rincorreva nel prato

oche, galline, galli e tacchini.  

 

              C’era una volta, nell’azzurro del cielo, una straordinaria televisione.

Nei pomeriggi della calda estate, si sedevano i bimbi insieme nei prati,

per guardare lassù, nello schermo del cielo,

tanti fantastici films  d’avventura:

affusolati castelli mutanti in destrieri,

pecorelle di panna di ritorno all’ovile,

paffuti conigli  viranti in velieri,

incerte battaglie di  bianchi,  ed effimeri, guerrieri.

Mozzafiato era  il programma della notte:

milioni di luci tremanti, e  un viso tondo,

argentato, giocondo che parlava, da lontano, a quei piccoli bambini.

Nella volta nera, puntuali, ogni sera,

nel lentissimo giro che segnava il tempo della notte,

sorgevano le figure leggendarie per raccontare antiche storie.

 E allora i bambini cercavano il Carro,

quello grande e quello piccolo,

e la Stella polare e  Marte rosso e Venere lucente.

E vedevano Orione  andare a caccia con i  cani,

o il grande Cigno aprire  le sue ali silenziose.

 A bocca aperta,  guardavano i bimbi quei films di fiabe 

che milioni di stelle disegnavano per loro, lassù, nello schermo nero.

 

C’era una volta, in quelle notti, quando il granturco era raccolto,

l’uso di andar  nelle grandi aie

a spogliar le pannocchie dal fogliame.

Nella  luce fioca d’un lume a petrolio, stonati canti di montagna,

fugaci avances dei giovanotti e paurose fiabe per i più piccini.

Poi al buio, lungo sentieri tortuosi e stretti, 

si tornava a casa, alla luce di lumini, come  pastori d’un  piccolo presepe.

 

           C’era una volta, sulla  strada di ghiaia,

 il bue Tognin,  aggiogato e schiavo.

Senza bisogno di  frusta, di comandi, di urla o di bestemmie,

riportava sul carro, dopo la Fiera, il padrone ubriaco e addormentato,

lassù,  fino alla cascina    che stava in cima alla collina.

 

              Una volta però, in quella radiosa valle,

 arrivò, improvvisa, una tremenda  guerra.

Bombe, spari, allarmi, armi  e divise. 

Uniformi ordinate, lucidi stivali e mostrine colorate nel paese. 

Fustagno, baschi, fucili e pesanti cartucciere nei fitti boschi di montagna.

E  gli uni e  gli altri  facevano giocare quei bimbetti 

con le armi, con le cartucce e con gli elmetti.

Favole raccontate da soldati; in lingue strane, o in dialetto, o in italiano.

Pensando ad altri bimbi lasciati assai lontano.

E qualche carezza, forse prima di morire.  

 

           C’era una volta, lugubre, una sirena sibilante

che dava l’allarme a quel piccolo paese.

Tutti di corsa  verso il rifugio sotto al monte del castello.

Chi arrivava colla borsa dei gioielli, chi col bimbo fra le braccia,

chi col badile sulla testa come elmetto di fortuna.

Ma quando i caccia scendevano in picchiata sul vecchio ponte della ferrovia

e non c’era il tempo di arrivare, allora giù, per terra,

nella trincea scavata dal reduce della guerra del diciotto

o nel profondo fosso ai lati della via,

 non importa se spinoso, non importa se fangoso.

 

            C’era una volta,  in quelle notti oscure, un bombardiere che passava lentamente.

Era pesante di bombe e di morti prossime venture.

“E’ Pipetto” si diceva. E ognuno pensava ad un parente migrato nelle Americhe lontane.

Eh  no ! …Sul suo paese, Pipetto, non poteva certo bombardare!...

E, infatti, proseguiva. E la notte si riempiva di bagliori.

“Bombarda su Milano” si diceva. “No, no, su Torino o più lontano…”

Poi, quell’aereo familiare più leggero ripassava e ognuno ringraziava.       

E  finalmente gli alleati. Altre lingue, altri soldati.

Quelli neri, che facevano paura, così diversi, così strani,

ma che portavano i biscotti, le scatolette e il cioccolato.

E che facevano salire i bimbi sul grande carro armato.

E dappertutto, si cantava e si ballava al ritmo di un ballo sincopato.

 

             C’era una volta, dopo la guerra, il vecchio mezzadro magro e ricurvo

cogli occhi bagnati da un velo di pena.

Camminava accanto alla vecchia Bergera.

Le aveva dato il fieno più fresco, le aveva dato la zuppa di rape.

Lei lo seguiva colla testa abbassata; l’aveva capito, andava al mercato.

L’aveva capito, non sarebbe tornata…

 

C’era una volta…………         C’era una volta………

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